
Il mondo della musica spesso è contaminato dalla mistificazione. Anche altri campi non ne sono immuni, va da sè, ma è nel mondo della musica che spesso è difficile distinguere una proposta artistica valida da un bluff, soprattutto in ambienti dove l'
ipse dixit viene preferito a una solida preparazione e a un minimo di buon gusto. L'importante è che il business funzioni, ovviamente.
Così ci si trova davanti a gente che parla di musica senza sapere di cosa sta parlando, e purtroppo a livelli molto alti. Esempio: una delle conseguenze più tristi della morte di Enzo Siciliano è stato il conferimento della rubrica dedicata alle novità discografiche di "musica classica" su Venerdì di Repubblica a un noto critico d'arte, pur eccellente nel suo campo, che per anni ha sfornato pezzi insipidi e fumosi prima di acquisire una certa tecnica che ora gli consente di scrivere recensioni dignitose. Ma pazienza. La musica è una cosa, tutto il resto è letteratura, diceva Verlaine.
La cosa comincia a farsi seria quando si scende nel campo della pratica musicale. Porto un altro esempio per chiarire subito il discorso: Giovanni Allevi, musicista pop trasformato da chi gestisce la sua immagine in una icona musicale irripetibile. Il sillogismo funziona: Allevi suona gradevoli canzonette sul pianoforte e siccome le suona sul pianoforte e ha due diplomi di conservatorio allora è un musicista ""classico"" e le sue canzonette sono musica ""classica"". Le canzonette sono orecchiabili e tutti le ascoltano volentieri, allora Allevi ha reso finalmente la musica ""classica"" alla portata di tutti. Perchè? Perchè la gente vuol ascoltare con il cuore e Allevi sa emozionare e non è freddo e distaccato come tutti quei vecchi tromboni che suonano roba strana con il frack e le scarpe di vernice etc etc (infatti sta bene attento a non togliersi mai le All Stars).
E funziona. Eccome, se funziona. Condiamo il tutto presentando il prodotto da vendere secondo ai clichés del musicista puro e svagato, e il gioco è fatto. Per la Repubblica Italiana il referente del mondo musicale nell'immaginario collettivo è Allevi e quindi lo si chiama a suonare in senato, a dirigere Puccini, l'inno di Mameli, etc.
Il problema è che questo genere di stereotipi inizia a dilagare ovunque, anche dove ci si aspetterebbe rigore e qualità. Navigando a spizzichi, mi sono imbattuta nell'ultimo album di Hélène Grimaud, la bellissima pianista francese nota per la sua passione per i lupi ("Il lupi sono una via per la musica"...) e per un percorso artistico tutto genio e sregolatezza, immortalato nei suoi libri autobiografici.
Grimaud ora ha un contratto esclusivo per Deutsche Grammophon, ed è significativo di come la gloriosa etichetta abbia cambiato le sue politiche commerciali nel volgere degli ultimi anni imperniando spesso le pubblicazioni più sugli artisti che sulla musica.
L'ultimo album di Grimaud, appunto, si intitola Resonances ed è ieraticamente definito come un "viaggio nell'interiorità e verso i limiti estremi". Con un titolo del genere cosa suonerà, Schumann? No, il programma comprende, nell'ordine di esecuzione, la Sonata K 310 di Mozart, la Sonata di Alban Berg, la Sonata in si minore di Liszt, le Danze popolari rumene di Bartòk.
Nella presentazione del CD Grimaud si affretta a precisare che la scelta dei brani è stata effettuata secondo un criterio di giustapposizione che fosse in grado di svelare legami criptici e inconsueti tra di loro. Cioè: se suono Mozart accanto a Berg, ascolto in modo diverso Mozart e anche Berg. E' verissimo. Questa è una trovata simpatica, ammettiamolo. Fa niente se fonde in un unico calderone un sacco di roba diversa facendoci perdere le gemme che rendono veramente unico ogni autore. Ma che importa? Noi siamo a caccia di emozioni. Non quelle che ti appagano il cuore e la mente insieme. No, siamo alla ricerca del pathos e dell'adrenalina. Il fraseggio enfatico e grossier di Grimaud ce lo ricorda ad ogni battuta.
Dato che, poi, c'è in giro anche qualche pedante a cui queste motivazioni potrebbero sembrare un po' inconsistenti, Grimaud dichiara anche che il programma è una sorta di viaggio ideale nell'impero austro-ungarico. Peccato che la sonata K 310 sia stata scritta a Parigi, la Sonata in si minore a Weimar (per di più Liszt era cosmopolita come pochi) e che Bartòk nel 1916 con l'impero asburgico avesse ormai da spartire quasi quanto, nello stesso anno, un altoatesino con un romano. Fulcro di tutto, secondo il progetto della Grimaud, è Berg, l'unico viennese della compagnia, ma ormai proiettato verso altri mondi.
Peccato per queste spiacevoli "stecche." Non ci vuole una laurea o un diploma di conservatorio per godersi la musica. Ma ingannare l'ascoltatore, manipolare le sue emozioni, la sua visione della musica e dei musicisti non è solo eticamente discutibile ma toglie il piacere di scoprire sottigliezze e differenze, di metterci in ascolto con vero interesse verso ciò che è 'altro' da noi in tutte le sue autentiche risonanze.
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