Finchè essa dura, voi stessi siete musica.
T.S. Eliot

sabato 10 marzo 2012

Nazioni barocche e viaggi musicali

Durante l'età barocca, a differenza del successivo cosmopolitismo settecentesco, ognuna delle nazioni culturalmente più rilevanti d'Europa possedeva uno stile musicale provvisto di caratteristiche fortemente peculiari.
Così, se lo stile da concerto italiano era ben riconoscibile per le sue 'terrazze sonore' e la vivacità dell'incedere tematico, lo stile tedesco era imperniato sul dipanarsi di uno spesso ordito polifonico. Lo stile francese combinava invece la solennità delle cerimonie di corte, accompagnate da musiche dal caratteristico ritmo puntato, alla leggerezza della danza e alla seduzione di una vocalità ricca di molli fioriture.
In rete si trova un bel concerto di musiche barocche francesi eseguite dai musicisti de Il Giardino armonico. Anche se le scelte di regia appaiono a tratti piuttosto discutibili (certi montaggi sono da mal di mare), le musiche sono splendide e interpretate con rigore e passione.


Naturalmente, per scrivere in stile francese non occorreva essere nati in terra di Francia, come mostra la meravigliosa Chaconne di Telemann inclusa nel concerto.
Ma il più ardito viaggiatore del barocco musicale resta comunque Bach che, senza mai mettere piede al di fuori della Germania, creò capolavori in tutti gli stili musicali dell'epoca.
Ascoltare per credere.

Concerto nach Italienische Gusto


che sembra ancora più italiano se lo si trascrive per ensemble polistrumentale:


Ouverture in si minore BWV 1067 (francesissima l'introduzione, mentre tipicamente tedesca è la sezione fugata immediatamente successiva, a 2'25'')


E naturalmente quell'immenso compendio di stile e invenzione che è il Clavicembalo ben temperato (qui sotto un preludio francese seguito da una fuga teutonicissima)


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lunedì 30 maggio 2011

Be yourself!

L'amico Yuri ha condiviso su FB questo bellissimo video. Lo si trova su YouTube con il titolo "Chi l'ha detto che la chitarra si suona in un modo solo?"



A volte siamo così invischiati nelle convenzioni da dimenticarci che c'è sempre un'altra via, non la migliore, non la peggiore, semplicemente diversa: la nostra.
Che può condurre a risultati meravigliosamente inaspettati!

mercoledì 18 maggio 2011

Sul nome Bach

Per restare in tema, segnalo il film di Francesco Leprino "Sul nome B.A.C.H., contrappunti con l'Arte della fuga", una produzione italo-tedesca che è in corso di proiezione (gratuita) a Milano, in varie sedi, fino al 21 maggio. A questo indirizzo tutte le informazioni utili. Le proiezioni coinvolgono personalità del calibro di Quirino Principe, Arnoldo Foà, Luigi Garbini e.. Stefano Bollani (per una volta, almeno, Allevi non c'entra).

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giovedì 12 maggio 2011

I nuovi "Brandeburghesi"


Leggo con piacere che gli amici della Scuola Mozart stanno preparando con la loro orchestra un concerto brandeburghese di Bach, musica dalla suggestione sempre viva e attuale: in altre parole, un classico. E la potenza dei classici, come affermava Italo Calvino, è di non aver mai finito di dire ciò che hanno da dire, stimolando un inesauribile circuito di riletture e interpretazioni.
Significativa, in tal senso, l'iniziativa della Orpheus Chamber Orchestra, ensemble americano noto per la sua consuetudine di suonare senza direttore, che nel 2006 ha varato il Brandenburg Project.

L'obiettivo di questa avventura è duplice: tributare un omaggio alla silloge bachiana e, al tempo stesso, ampliare il repertorio contemporaneo per orchestra da camera. Così sono stati commissionati sei lavori ad altrettanti compositori, che dovevano trarre spunto da un diverso concerto brandeburghese per l'elaborazione della propria opera. L'ascoltatore, opportunamente guidato, ha così avuto l'opportunità di gustare nuova musica e di rileggere sotto una nuova luce i capolavori bachiani.

E qui ritorniamo al discorso stimolato dal post di Sara sull'originalità: ognuno dei compositori ha avuto come punto di partenza Bach, ma quale aspetto dei singoli concerti è alla base della propria rielaborazione?
Stephen Hartke e Christopher Theophanidis utilizzano la strumentazione bachiana, Paul Moravec accosta l'immagine di Bach come 'portale' della musica moderna alla porta di Brandeburgo e alla caduta del muro di Berlino; Melinda Wagner parte dalla formula melodica del 'nome di Bach' (decisamente l'idea meno originale); Aaron Jay Kernis riprende l'idea di accumulo strumentale propria del sesto brandeburghese; Peter Maxwell Davies decide di omaggiare dichiaratamente i committenti partendo dalla figura di Orfeo e, ispirandosi al sincretismo linguistico di Bach, fonde stilemi tipicamente barocchi, come la fuga, con altri di differente derivazione (il canto gregoriano, ad esempio).

Il risultato dell'operazione? Ognuno lo può ascoltare sul sito dei New Brendenburgs dove l'esecuzione di ogni opera è affiancata da una dettagliata illustrazione delle tecniche compositive.

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domenica 8 maggio 2011

"Furti" d'artista

E' nato da poco il blog in cui Sara, giovane studentessa dalla spiccata vena creativa, parla della sua passione nella realizzazione di bijoux, realizzati spesso a partire da materiali di riuso, nel rispetto dell'ambiente. In questo post Sara parla di un argomento interessante sotto più di un aspetto: un artista può definirsi originale? O non è piuttosto un 'ladro', un bacino collettore di idee e spunti altrui?
Sara compie queste riflessioni a partire da un intervento molto stimolante di Austin Kleon, scrittore americano, zeppo di intuizioni sulla creatività sui cui si potrebbe discutere a lungo, anche per quanto riguarda l'ambito musicale.

Un mio insegnante di composizione invitava gli allievi a elaborare molti brani "à la manière de...", prima di procedere alla stesura di un proprio pezzo "originale".
Sulle prime l'idea sembrava costrittiva - e il mio contributo qual è? - ma in questo modo ognuno si muoveva già con una certa sicurezza senza la paralisi da pagina bianca, ottenendo la soddisfazione di arrivare a un prodotto compiuto. E, soprattutto, costruendo una consapevolezza stilistica che sarebbe risultata importante nel momento in cui avrebbe spiccato il volo con le proprie ali.
Kleon a proposito è molto netto: "Write what you like". E non "what you know". Ma, va da sè, che chi scrive opere narrative ha già acquisito un bagaglio di conoscenze 'grammaticali' e stilistiche di cui chi inizia a scrivere musica raramente dispone da subito.
E allora lo stimolo, l'aggancio è fondamentale. E' successa la stessa cosa con me, ora. Il post di Sara mi è piaciuto, mi ha fornito lo stimolo per scrivere. E forse il mio post alimenterà la creatività di qualcun altro. Il circuito delle idee funziona proprio così.
(ma ricordatevi di citare sempre le vostre fonti: è ciò che distingue un "furto artistico" da una vigliaccheria...)

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martedì 1 febbraio 2011

Stecche e risonanze


Il mondo della musica spesso è contaminato dalla mistificazione. Anche altri campi non ne sono immuni, va da sè, ma è nel mondo della musica che spesso è difficile distinguere una proposta artistica valida da un bluff, soprattutto in ambienti dove l'ipse dixit viene preferito a una solida preparazione e a un minimo di buon gusto. L'importante è che il business funzioni, ovviamente.

Così ci si trova davanti a gente che parla di musica senza sapere di cosa sta parlando, e purtroppo a livelli molto alti. Esempio: una delle conseguenze più tristi della morte di Enzo Siciliano è stato il conferimento della rubrica dedicata alle novità discografiche di "musica classica" su Venerdì di Repubblica a un noto critico d'arte, pur eccellente nel suo campo, che per anni ha sfornato pezzi insipidi e fumosi prima di acquisire una certa tecnica che ora gli consente di scrivere recensioni dignitose. Ma pazienza. La musica è una cosa, tutto il resto è letteratura, diceva Verlaine.

La cosa comincia a farsi seria quando si scende nel campo della pratica musicale. Porto un altro esempio per chiarire subito il discorso: Giovanni Allevi, musicista pop trasformato da chi gestisce la sua immagine in una icona musicale irripetibile. Il sillogismo funziona: Allevi suona gradevoli canzonette sul pianoforte e siccome le suona sul pianoforte e ha due diplomi di conservatorio allora è un musicista ""classico"" e le sue canzonette sono musica ""classica"". Le canzonette sono orecchiabili e tutti le ascoltano volentieri, allora Allevi ha reso finalmente la musica ""classica"" alla portata di tutti. Perchè? Perchè la gente vuol ascoltare con il cuore e Allevi sa emozionare e non è freddo e distaccato come tutti quei vecchi tromboni che suonano roba strana con il frack e le scarpe di vernice etc etc (infatti sta bene attento a non togliersi mai le All Stars).
E funziona. Eccome, se funziona. Condiamo il tutto presentando il prodotto da vendere secondo ai clichés del musicista puro e svagato, e il gioco è fatto. Per la Repubblica Italiana il referente del mondo musicale nell'immaginario collettivo è Allevi e quindi lo si chiama a suonare in senato, a dirigere Puccini, l'inno di Mameli, etc.

Il problema è che questo genere di stereotipi inizia a dilagare ovunque, anche dove ci si aspetterebbe rigore e qualità. Navigando a spizzichi, mi sono imbattuta nell'ultimo album di Hélène Grimaud, la bellissima pianista francese nota per la sua passione per i lupi ("Il lupi sono una via per la musica"...) e per un percorso artistico tutto genio e sregolatezza, immortalato nei suoi libri autobiografici.
Grimaud ora ha un contratto esclusivo per Deutsche Grammophon, ed è significativo di come la gloriosa etichetta abbia cambiato le sue politiche commerciali nel volgere degli ultimi anni imperniando spesso le pubblicazioni più sugli artisti che sulla musica.

L'ultimo album di Grimaud, appunto, si intitola Resonances ed è ieraticamente definito come un "viaggio nell'interiorità e verso i limiti estremi". Con un titolo del genere cosa suonerà, Schumann? No, il programma comprende, nell'ordine di esecuzione, la Sonata K 310 di Mozart, la Sonata di Alban Berg, la Sonata in si minore di Liszt, le Danze popolari rumene di Bartòk.
Nella presentazione del CD Grimaud si affretta a precisare che la scelta dei brani è stata effettuata secondo un criterio di giustapposizione che fosse in grado di svelare legami criptici e inconsueti tra di loro. Cioè: se suono Mozart accanto a Berg, ascolto in modo diverso Mozart e anche Berg. E' verissimo. Questa è una trovata simpatica, ammettiamolo. Fa niente se fonde in un unico calderone un sacco di roba diversa facendoci perdere le gemme che rendono veramente unico ogni autore. Ma che importa? Noi siamo a caccia di emozioni. Non quelle che ti appagano il cuore e la mente insieme. No, siamo alla ricerca del pathos e dell'adrenalina. Il fraseggio enfatico e grossier di Grimaud ce lo ricorda ad ogni battuta.
Dato che, poi, c'è in giro anche qualche pedante a cui queste motivazioni potrebbero sembrare un po' inconsistenti, Grimaud dichiara anche che il programma è una sorta di viaggio ideale nell'impero austro-ungarico. Peccato che la sonata K 310 sia stata scritta a Parigi, la Sonata in si minore a Weimar (per di più Liszt era cosmopolita come pochi) e che Bartòk nel 1916 con l'impero asburgico avesse ormai da spartire quasi quanto, nello stesso anno, un altoatesino con un romano. Fulcro di tutto, secondo il progetto della Grimaud, è Berg, l'unico viennese della compagnia, ma ormai proiettato verso altri mondi.

Peccato per queste spiacevoli "stecche." Non ci vuole una laurea o un diploma di conservatorio per godersi la musica. Ma ingannare l'ascoltatore, manipolare le sue emozioni, la sua visione della musica e dei musicisti non è solo eticamente discutibile ma toglie il piacere di scoprire sottigliezze e differenze, di metterci in ascolto con vero interesse verso ciò che è 'altro' da noi in tutte le sue autentiche risonanze.

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