Finchè essa dura, voi stessi siete musica.
T.S. Eliot

martedì 1 febbraio 2011

Stecche e risonanze


Il mondo della musica spesso è contaminato dalla mistificazione. Anche altri campi non ne sono immuni, va da sè, ma è nel mondo della musica che spesso è difficile distinguere una proposta artistica valida da un bluff, soprattutto in ambienti dove l'ipse dixit viene preferito a una solida preparazione e a un minimo di buon gusto. L'importante è che il business funzioni, ovviamente.

Così ci si trova davanti a gente che parla di musica senza sapere di cosa sta parlando, e purtroppo a livelli molto alti. Esempio: una delle conseguenze più tristi della morte di Enzo Siciliano è stato il conferimento della rubrica dedicata alle novità discografiche di "musica classica" su Venerdì di Repubblica a un noto critico d'arte, pur eccellente nel suo campo, che per anni ha sfornato pezzi insipidi e fumosi prima di acquisire una certa tecnica che ora gli consente di scrivere recensioni dignitose. Ma pazienza. La musica è una cosa, tutto il resto è letteratura, diceva Verlaine.

La cosa comincia a farsi seria quando si scende nel campo della pratica musicale. Porto un altro esempio per chiarire subito il discorso: Giovanni Allevi, musicista pop trasformato da chi gestisce la sua immagine in una icona musicale irripetibile. Il sillogismo funziona: Allevi suona gradevoli canzonette sul pianoforte e siccome le suona sul pianoforte e ha due diplomi di conservatorio allora è un musicista ""classico"" e le sue canzonette sono musica ""classica"". Le canzonette sono orecchiabili e tutti le ascoltano volentieri, allora Allevi ha reso finalmente la musica ""classica"" alla portata di tutti. Perchè? Perchè la gente vuol ascoltare con il cuore e Allevi sa emozionare e non è freddo e distaccato come tutti quei vecchi tromboni che suonano roba strana con il frack e le scarpe di vernice etc etc (infatti sta bene attento a non togliersi mai le All Stars).
E funziona. Eccome, se funziona. Condiamo il tutto presentando il prodotto da vendere secondo ai clichés del musicista puro e svagato, e il gioco è fatto. Per la Repubblica Italiana il referente del mondo musicale nell'immaginario collettivo è Allevi e quindi lo si chiama a suonare in senato, a dirigere Puccini, l'inno di Mameli, etc.

Il problema è che questo genere di stereotipi inizia a dilagare ovunque, anche dove ci si aspetterebbe rigore e qualità. Navigando a spizzichi, mi sono imbattuta nell'ultimo album di Hélène Grimaud, la bellissima pianista francese nota per la sua passione per i lupi ("Il lupi sono una via per la musica"...) e per un percorso artistico tutto genio e sregolatezza, immortalato nei suoi libri autobiografici.
Grimaud ora ha un contratto esclusivo per Deutsche Grammophon, ed è significativo di come la gloriosa etichetta abbia cambiato le sue politiche commerciali nel volgere degli ultimi anni imperniando spesso le pubblicazioni più sugli artisti che sulla musica.

L'ultimo album di Grimaud, appunto, si intitola Resonances ed è ieraticamente definito come un "viaggio nell'interiorità e verso i limiti estremi". Con un titolo del genere cosa suonerà, Schumann? No, il programma comprende, nell'ordine di esecuzione, la Sonata K 310 di Mozart, la Sonata di Alban Berg, la Sonata in si minore di Liszt, le Danze popolari rumene di Bartòk.
Nella presentazione del CD Grimaud si affretta a precisare che la scelta dei brani è stata effettuata secondo un criterio di giustapposizione che fosse in grado di svelare legami criptici e inconsueti tra di loro. Cioè: se suono Mozart accanto a Berg, ascolto in modo diverso Mozart e anche Berg. E' verissimo. Questa è una trovata simpatica, ammettiamolo. Fa niente se fonde in un unico calderone un sacco di roba diversa facendoci perdere le gemme che rendono veramente unico ogni autore. Ma che importa? Noi siamo a caccia di emozioni. Non quelle che ti appagano il cuore e la mente insieme. No, siamo alla ricerca del pathos e dell'adrenalina. Il fraseggio enfatico e grossier di Grimaud ce lo ricorda ad ogni battuta.
Dato che, poi, c'è in giro anche qualche pedante a cui queste motivazioni potrebbero sembrare un po' inconsistenti, Grimaud dichiara anche che il programma è una sorta di viaggio ideale nell'impero austro-ungarico. Peccato che la sonata K 310 sia stata scritta a Parigi, la Sonata in si minore a Weimar (per di più Liszt era cosmopolita come pochi) e che Bartòk nel 1916 con l'impero asburgico avesse ormai da spartire quasi quanto, nello stesso anno, un altoatesino con un romano. Fulcro di tutto, secondo il progetto della Grimaud, è Berg, l'unico viennese della compagnia, ma ormai proiettato verso altri mondi.

Peccato per queste spiacevoli "stecche." Non ci vuole una laurea o un diploma di conservatorio per godersi la musica. Ma ingannare l'ascoltatore, manipolare le sue emozioni, la sua visione della musica e dei musicisti non è solo eticamente discutibile ma toglie il piacere di scoprire sottigliezze e differenze, di metterci in ascolto con vero interesse verso ciò che è 'altro' da noi in tutte le sue autentiche risonanze.

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12 commenti:

Anonimo ha detto...

Cara Elena,
grazie per questo tuo post molto efficace. Quello che riporti riferendoti alla musica, penso che si estenda anche ad altre espressioni artistiche e del libero pensiero in genere.
Dove non c'è rispetto e attenzione per il pubblico si fa strada la mistificazione e l'uso distorto dell'arte per fare business. Mi chiedo se sia possibile un modello "onesto" di business che possa rispettare le peculiarità dell'espressione artistica e che possa stimolare la crescita di consapevolezza estetica nel pubblico. Penso che ne avremmo tutti un grande bisogno!

Un abbraccio,
Matteo

Secondarte ha detto...

Post eccellente. Hai un nuovo lettore.
A presto

Elena ha detto...

Caro Matteo, non so se sia più negativa la strategia commerciale di Allevi o quella della DG (ma mi viene da dire la seconda). Di certo non abbiamo bisogno di cattivi maestri, ce ne sono già abbastanza.

Ciao Secondarte, sono felice di averti tra i miei lettori. Ho letto il tuo post su Allevi e concordo in pieno: è indifendibile, anche con le migliori intenzioni...

Elena ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
harpo ha detto...

Ciao Fiordiligi,
ma a parte chi ha studiato un po' (anche solo un po') la musica, tu pensi che gli altri si accorgano di tutte queste stecche?
I ragazzi dal 16 ai 40 (si perchè oggi a quarat'anni sei ancora adolescente...) sono più interessati alle svendite modaiole di Corso Vittorio Emanuele e via della Spiga, mentre di concerti "per sempio" dal vivo che si tengono a due passi da lì proprio non gliene frega niente....

80 eventi organizzati per Expo oggi pomeriggio a Milano, ma, a Palazzo Isimbardi (il palazzo delle provincia) dove c'era un'offerta di qualità di musica classica e folk, NON C'ERA NESSUNO!!!!!
Forse se chiamavano ALLEVI?????

Credo che recuperare anni di incuria culturale sarà quasi impossibile! Ma la speranza è l'ultima a morire.
Un abbraccione
Rosangela /Harpo

Casa Editrice Gigante ha detto...

interessante questo blog musicologo!
Nonostante il tema sia universal!
saluti

acquadicielo ha detto...

onestamente il suono della Grimaud non mi suscita particolari emozioni, nè la sua caratura di inteprete. Se penso al Mozart della Yudina, per esempio, o alla sonata di Liszt di Sofronitsky, mi vengono i brividi. Ma questo è un altro discorso. Sono perfettamente d'accordo con sul senso del tuo discorso ( o almeno di quello che penso di avere filtrato) perchè quando parliamo di Arte con al A maiuscola la ricerca culturale non deve diventare caccia grossa ma seguire un percorso lucido e consapevole.

Guglielmo ha detto...

Cara Elena!
Che dire di Allevi? Alla Ricordi sotto la Galleria di Milano, Allevi lo mettono nella sezione "Musica contemporanea", assieme a Berio, Cage, Ligeti, Messiaen, ecc. ecc. E siccome Allevi inizia con la "A", sta davanti praticamente a tutti, anche a John Adams, che del resto con i suoi 4 CD scomparirebbe nello scaffale davanti al plotone di CD di Allevi, che sono sempre un'enormità. Mi chiedo se ne venda una quantità assurda da indurre i commessi a riempire continuamente gli scaffali, o se non ne venda per niente. Con rispetto parlando, forse Ricordi, reparto classica, non è il luogo adatto per Allevi; meglio un supermarket.
Per quanto riguarda la Grimaud sarà anche una bella donna ed i lupi sono delle simpatiche bestiole ma a me, come pianista, non piace mica tanto. Vorremo mica mettere, poniamo, il Mozart della Haskil, o Liszt di Lazar Berman o di Campanella. Però è una bella donna, e come lei tante altre soliste (come sono tutte così belle le violiniste, le pianiste, ecc. di oggi) per cui asfittiche case discografiche che non vendono più dischi hanno bisogno del fenomeno. Sono lontani i tempi della DG che registrava Bohm, Karajan, Kleiber, Kempff, Benedetti Michelangeli. Del resto anche l'organizzazione dei concerti preferisce oggi pensare agli "eventi", per cui avanti con i Bocelli, che per me è un mediocre cantante, ecc. e che tristezza vedere negli ultimi anni Pavarotti che per soldi si adattava a cantare cretinate come "Miserere", trasformandosi dal più grande tenore del dopoguerra, assieme a Bergonzi, in un fenomeno da baraccone, in una macchina da soldi. Per quanto mi riguarda mi tengo alla larga da tutto ciò. Ieri sera, invece, ho assistito in Auditorium, qua a Milano, al concerto dove c'era il nostro presidente Giorgio Napolitano. Perfetto concerto crossover ottocentesco che univa musiche impegnate (Rossini, Verdi) a marcette patriottiche e popolari, tipo l'Inno di Garibaldi. Risultato perfetto diretto da un giovanotto, Jader Bignamini, clarinetto piccolo in orchestra ma anche direttore d'orchestra, bel ragazzo ed anche molto bravo. Divertimento e vero godimento per tutti.

Anonimo ha detto...

Elena, mi piace moltissimo il tuo blog. È per questo che ci tengo a segnalarti il lavoro di un giovane compositore che ho ascoltato durante una presentazione romana. Si chiama Luigi Maiello, il suo sito è www.luigimaiello.com dal quale è possibile ascoltare alcuni brani tratti dai suoi poemi sinfonici. La sua musica ha una forte carica epica, descrittiva, immaginifica. Ascoltarlo è quasi un viaggio, un'esperienza fisica. Mi ha colpito molto, per questo passo parola a chi più di me sa scrivere di musica... Io sono più brava ad ascoltare e lasciarmi emozionare...

Giovanni Cappiello ha detto...

Hai ragione, Fiordiligi.

La musica ha uno statuto debole, che si presta, soprattutto in tempi come questi, a fraintendimenti e mistificazioni.

Purtroppo non è semplice definire un criterio condiviso ed accessibile che permetta di distinguere la musica "forte" da quella che "forte" non è.

Il resto è quello che in un contesto del genere produce un'epoca che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.

Gran bel post, complimenti.

Giovanni Cappiello
http://eptachordon.wordpress.com

ALDEZABAL ha detto...

sì, sono d'accordo su tutto quello che scrivi però di tutte le cose di cui parli una mi sembra interessante.
al di là degli strafalcioni storici della Grimaud e del suo fraseggio, che non conosco e non mi interessa neppure conoscere, mi pare però giusta e interessante l'intuizione che tu riporti come "un criterio di giustapposizione che fosse in grado di svelare legami criptici e inconsueti tra di loro".
questo attiene al mondo della percezione ed è un'esperienza che chiunque può fare creando un cd con brani molto diversi fra loro.
naturalmente il "mercato della musica" (che però secondo me era tale anche ai tempi di Karajan, anzi si può dire che sia proprio lui ad averlo inventato) utilizza questa modalità nel senso che tu dici.
però io la trovo una modalità interessante che porta, diciamo così, alla percezione della musica come il prodotto di infinite culture tutte paritarie.
il "mercato della musica" invece tende invece a farne un uso omologante e tutto sommato tendente a mantenere la distinzione, a mio parere obsoleta, fra musica d'arte e musica "non d'arte" pensando quest'ultima come un enorme calderone in cui ci sta dentro tutto, da Allevi a Charlie Parker, da Frank Zappa a Bocelli.

Elena ha detto...

Caro Aldezabal, grazie per il tuo commento, molto interessante. Il problema che evidenzi, cioè quello dell'omologazione del mercato della musica, è un dato di fatto con cui ogni ascoltatore dovrebbe confrontarsi. L'operazione che la Grimaud ha compiuto tuttavia ci porta a mio avviso proprio in questa direzione: accozza brani provenienti da contesti molto differenti non tanto per sottolinearne la valenza paritetica su un piano artistico, quanto per farli ribollire in un unico calderone in cui "tutto fa brodo". Mi viene anche un sospetto, e te lo dico fuori dai denti (anche eprchè mi pare di aver capito che anche tu sei musicista): la scelta di certi brani mi sembra studiata solo per "saturare" il minutaggio del CD, esattamente come quando si prepara un programma da concerto e c'è bisogno di qualche pezzo che faccia da riempitivo...